La Sacra Famiglia di Esteban Murillo – Un ritratto d’amore tra umano e divino.

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Di Emanuele Mollica (storico dell’arte)

Il tema iconografico della Sacra Famiglia è uno dei più trattati nella storia dell’arte. Il nucleo familiare è composto da San Giuseppe, suo padre putativo, dalla Vergine Maria e, naturalmente, da Gesù. Spesso le iconografie includono anche il piccolo San Giovanni Battista, cugino del Cristo e Santa Elisabetta sua madre; più raramente sono inseriti altri personaggi. Quella di Gesù è una famiglia semplice, come tante altre del suo tempo. La vita si svolge in Palestina che, due millenni or sono, era ai margini del grande e potente impero romano. Sul tema della Sacra Famiglia si analizzano, in questo contesto, tra le innumerevoli raffigurazioni artistiche presenti nel mondo, due delle opere di Esteban Murillo (1618 – 1682), pittore sivigliano, tra i più importanti esponenti del barocco spagnolo.

Nella “Sacra Famiglia con l’uccellino”, dipinta intorno al 1650, il Murillo trasporta l’osservatore in un umile ma accogliente ambiente, tipico della Spagna seicentesca, all’interno del quale si muovono i personaggi, quasi uno scatto fotografico intriso di tenerezza. L’artista, nella trattazione tematica, differisce notevolmente dalla tipologia tradizionale rappresentativa del tema, riuscendo a superare magistralmente la gravità che caratterizza la raffigurazione della scena sacra, conferendo al dipinto una straordinaria naturalezza: si discosta, ad esempio, dalla possente solennità del tondo Doni di Michelangelo mentre riprende in parte quell’ideale di raffinata bellezza della Sacra Famiglia Canigiani di Raffaello, sottolineando il dato realistico e l’umanità dei personaggi, colti in atteggiamento di toccante spontaneità, intenti nei loro lavori domestici. In particolare, è qui è il dato di novità, esalta la figura paterna di San Giuseppe, che non è più solo colui al quale è affidata la responsabilità delle cure alla Madonna e a Gesù, ma riscopre e ricopre, pienamente, il ruolo di padre; questi, deposti gli strumenti del falegname, si trattiene amorevolmente con il proprio figliolo. Gesù è caratterizzato da tratti di soave grazia nella resa del viso gaudente e dei delicati riccioli dell’acconciatura; il piccolo è intento a giocare con il cagnolino mentre nella mano destra stringe un cardellino, animale molto amato dai bambini per il suo piumaggio colorato; nel caso specifico, quale segno di premonizione assurge, inoltre, a simbolo della Passione. La Madonna, che ha smesso di cardare la lana, osserva appartata ma partecipe, con placida serenità, la graziosa e rassicurante cornice di vita domestica, in quella dimensione di quotidianità piena di sentimento. Il richiamo alla realtà, reso ancora più evidente dalla presenza di altri oggetti quali, ad esempio, una cesta per i panni, è tangibile, così come dall’utilizzo delle cromie che risentono del forte tenebrismo di pittori quali Ribera e Zurbarán. Eppure, la soluzione formale adottata dal Murillo, non crea contrasto ma va ad esaltare la dolcezza dei lineamenti, delle espressioni dei volti, dei gesti, la grazia dei personaggi che, pur appartenenti al popolo, si vestono comunque di una dimensione spirituale di forte impatto.

Elemento umano ed elemento divino si mescolano sapientemente anche nella seconda opera presa in esame in questo spazio, “Le due Trinità”, tela realizzata nel decennio 1670-1680 dove, il doppio tema iconografico della famiglia terrena e divina del Salvatore, è magistralmente trattata nel risalto della figura del giovane Gesù. Il soggetto è ispirato all’episodio evangelico di Luca del ritrovamento di Gesù adolescente tra i dottori del tempio. È questo il momento nel quale egli rivela la sua vocazione: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2,50). Nella tela, il Murillo, con un eccellente espediente, riesce a rappresentare sia la famiglia terrena del Salvatore che quella divina, che appare sotto forma della Trinità Celeste. Il Salvatore è in piedi, al di sopra di un podio, al centro della composizione e rappresenta il trait d’union tra la sfera celeste e quella terrena; questi, con un’espressione delicata ma solenne, di chi sembra conoscere il proprio destino, è rivestito di grazia e risplende di luce divina. Su di lui, in linea retta, la presenza della colomba dello Spirito Santo e dell’Eterno Padre, circondati da angeli, ci rimanda nuovamente a San Luca (2,40): «Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui». Maria e Giuseppe sono ai lati di Gesù, poco più in basso. Anche in questo caso la Madonna, nell’intima dolcezza del suo sguardo, contempla il Bambino che ricambia un gesto d’amore, stringendole delicatamente la mano mentre suo padre putativo, nell’accettazione dell’importante ruolo affidatogli, lo tiene per l’altra, rivolgendo lo sguardo verso l’osservatore, pienamente coinvolto nella scena sacra. Anche in questa tela, come nella precedente trattata, il Murillo, supera la rigidità formale dello schema compositivo, grazie alla caratterizzazione umana dei personaggi in una magistrale fusione tra ideale e reale, trascendente e quotidiano, nella trattazione delle complesse tematiche religiose, rese, però, in modo chiaro ed accessibile, in cui viene esaltata l’umanità dei personaggi, in un’atmosfera intimamente raccolta, nella ricerca di un dialogo aperto e continuativo con il fedele.

La Sacra Famiglia, come qualsiasi altra, era pienamente calata alla vita del tempo: Maria e Giuseppe hanno accolto il Signore nella loro vita, consapevoli della responsabilità che ciò comportava. Essa rappresenta senza dubbio il più importante modello di riferimento per le famiglie. “È questa la grande missione della famiglia – ha detto papa Francesco in occasione dell’udienza generale del 17 dicembre 2014 – fare posto a Gesù che viene, accogliere Gesù nella famiglia, nella persona dei figli, del marito, della moglie, dei nonni….Gesù è lì”.

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