Le Serate di San Pietroburgo oggi, 56 frecce contro-rivoluzionarie

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Alcune domande al dott. Giuseppe Brienza, curatore assieme a Matteo Orlando del libro. A cura di Umberto Spiniello

Per molti aspetti la riflessione storica ed il pensiero politico del filosofo cattolico Joseph de Maistre (1753-1821) ritornano oggi di grande interesse. Dopo due secoli di damnatio memoriae a partire dalla sua morte, infatti, non pochi sono disposti ad ammettere che il conte savoiardo sia stato, in tempi di ubriacatura illuministica e positivistica, un vero maestro di saggezza intellettuale, di rigore morale e di acume politico.

Nel libro “Le Serate di San Pietroburgo, oggi”, appena uscito per le Edizioni Solfanelli di Chieti a cura di Giuseppe Brienza e Matteo Orlando, si riprende nel titolo una delle maggiori opere di de Maistre, pubblicata nel 1821, per attualizzarla con 56 contributi “contro-rivoluzionari”, arricchiti da una originale Presentazione a cura del deputato cattolico e vicesegretario federale della Lega Lorenzo Fontana, che è anche Responsabile del Dipartimento Famiglia e valori identitari del partito di Matteo Salvini. Nel suo scritto (pp. 5-6), fra l’altro, l’on. Fontana definisce quello curato da Brienza e Orlando «un testo che nasce nel solco della tradizione e, in un’epoca come quella attuale, rappresenta un’operazione di grande coraggio. Il coraggio sta innanzitutto nei contenuti espressi, decisamente oltre il mainstream, e che sta nell’autorevolezza di firme decisamente e fieramente non-allineate. Una raccolta del pensiero critico, la definirei. Onore al merito» (p. 5).

Fra gli autori delle “56 frecce controrivoluzionarie”, divise in 10 aree tematiche, figurano intellettuali, pensatori laici ed ecclesiastici alternativi al Politicamente corretto. Oltre agli stessi Brienza e Orlando, si va dal Generale dell’Esercito Marco Bertolini a Don Samuele Cecotti, dalla scrittrice Silvana De Mari al padre benedettino Don Massimo Lapponi, dal Vicario per il Laicato e la Cultura della diocesi di Trieste Mons. Ettore Malnati al filosofo cattolico Giacomo Samek Lodovici, dal giornalista professionista e curatore della Rassegna stampa del Centro cattolico di Documentazione di Marina di Pisa Pietro Licciardi al saggista e cantautore Piero Chiappano, per finire con il fondatore dell’Associazione Famiglia Piccola ChiesaMovimento dell’Amore Familiare Don Stefano Tardani. Conclude il volume una scheda su storia, principi e finalità della testata giornalistica online inFormazione Cattolica, della quale Matteo Orlando è direttore e lo stesso Giuseppe Brienza condirettore. Abbiamo rivolto a quest’ultimo, che è giornalista pubblicista e dottore di ricerca nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma “La Sapienza”, alcune domande sulla nuova pubblicazione.

Com’è nata l’idea di questo libro?

Abbiamo cercato anzitutto di analizzare la storia sociale, politica e religiosa del XX e del XXI secolo presentando in un’ottica critica alcuni dei fatti, personaggi e idee che hanno avuto la maggiore. Da qui siamo partiti per presentare altrettante ricostruzioni e “risposte” storico-culturali, sintetiche, ispirate di volta in volta o alla Dottrina sociale della Chiesa o agli scritti di pensatori, santi o storici alternativi o semplicemente al diritto naturale, il tutto per non finire (e far finire) appiattiti sul Pensiero politicamente corretto o sui soliti luoghi comuni.

Così sono nate le 10 aree tematiche nelle quali si suddivide il libro, ovvero Anticomunismo, Contro-Rivoluzione Cattolica, Conservatorismo, Dottrina Sociale Cattolica, Famiglia, Magistero Pontificio contemporaneo, Falsi miti e Rivoluzione moderna, Storia della Chiesa, Diritto alla vita e Terrorismo, che spiegano come la rivoluzione anti-umana si sia ormai in gran parte realizzata in Occidente. Dal punto di vista della dinamica del potere, essa si è principalmente determinata come supremazia del denaro e della tecnica sulla politica e sulla società, cavalcando le varie ideologie laiciste, individualiste e materialiste dal secondo dopoguerra fino al Concilio Vaticano II per arrivare fino all’attuale dittatura del relativismo.

I 56 “capitoli” inseriti in queste aree tematiche si aggiungono idealmente ai 42 già pubblicati nel primo volume delle Serate di San Pietroburgo, oggi, uscito a mia cura e di Omar Ebrahime,con una Presentazione di Marcello Veneziani, nel 2014.

Nel libro vi è un articolo, collocato nell’area tematica “Anticomunismo”, da te dedicato al ballerino russo Rudolf Nureyef, di cosa si tratta?

Nel contributo dal titolo Nureyev: via dall’inferno comunista, ispirato al film britannico uscito nel 2019 dal regista Ralph Fiennes The White Crow (Il corvo bianco), ho voluto riportare all’attenzione la vicenda grande ballerino e coreografo russo che trovò nella danza e nel tentativo di voler silenziare la sua diversità di uomo e danzatore rispetto all’ideologia sovietica la modalità di approcciarsi al mondo occidentale. Quando Nureyev durante la sera del suo primo grande spettacolo a Parigi avrebbe dovuto sostenere la parte dell’Uccello azzurro, per intimidazione il ballerino ricevette dagli agenti del KGB diverse struggenti lettere in cui i genitori e il suo ex maestro di danza lo supplicavano di non tradire la madrepatria lasciando l’URSS ed esibendosi sul palco… Ma dopo avere trovato la forza di andare avanti, Nureyev vide di nuovo il tentativo di interrompere la sua fuga per la libertà: aveva appena messo piede sul palco quando si udirono urla e fischi che quasi soffocavano la musica di Ciaikovskij, il tutto naturalmente organizzato dagli agenti comunisti. Ma alla fine il suo percorso espressivo poté fiorire a seguito dell’esilio nell’Occidente libero. Nell’URSS, infatti l’unica espressione ammessa, è stata sempre quella pilotata a fini propagandistici detta “arte sovietica”. Tale produzione, però, elogiata durante la “guerra fredda” da intellettuali e critici di sinistra, sia europei sia occidentali, era completamente asservita agli schemi del “realismo socialista” e, in pratica, come descritto dalla storica dell’arte Anna Zinelli in un saggio pubblicato nel 2016 sulla rivista online Ricerche di S/Confine, costituiva tecnicamente una «forma di “non arte”».

Per quanto riguarda i temi direttamente ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa, vi è un approfondimento sul diritto di proprietà, come mai?

Il contributo dedicato da Pietro Licciardi al tema La proprietà privata secondo la Chiesa ripropone il senso umano del lavoro dell’uomo in relazione a quella grande questione della destinazione universale dei beni di cui parla il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa. Questo documento del Magistero cattolico, al punto 176, chiarisce infatti:«Mediante il lavoro, l’uomo, usando la sua intelligenza, riesce a dominare la terra e a farne la sua degna dimora. In tal modo egli fa propria una parte della terra, che appunto si è acquistata col lavoro. È qui l’origine della proprietà individuale. La proprietà privata e le altre forme di possesso privato dei beni assicurano ad ognuno lo spazio effettivamente necessario per l’autonomia personale e familiare, e devono essere considerati come un prolungamento della libertà umana».

Per quanto riguarda i temi storici, grande rilievo è dato all’Italia contemporanea, com’è evidente. Su quale tema potremmo focalizzare l’attenzione?

Su uno che è stato rapidamente archiviato, ovvero la struttura del comunismo armato esistita per quasi trent’anni nel nostro Paese e dei casi connessi di spionaggio comunista infiltrati dall’URSS nell’apparato statale, giornalistico, militare e giudiziario italiano. Quanti ricordano la vicenda del Dossier Mitrokhin? Vale a dire quel caso documentato di liste di “spie italiane”, pagate dai sovietici, documentate dall’ex archivista del KGB, che da il nome al Dossier, morto nel 2004 e scappato in Gran Bretagna nel 1992. Su questa documentazione, compromettente per dirigenti e fiancheggiatori del PCI, ha lavorato per molti anni una apposita Commissione parlamentare d’inchiesta, istituita con legge dello Stato nel 2002, ma le cui risultanze sono finite negli archivi delle Camere senza attrarre l’attenzione dei grandi media o del mondo culturale del nostro Paese.Si tratta però di una vicenda, per esempio, collegata alla struttura paramilitare di natura clandestina denominata “Gladio rossa”, organizzata nel 1945 e sciolta nel 1974, costituita da ex partigiani e militanti del PCI. Ne ha parlato, nel libro, Gianluca Agostini nel contributo dal titolo: “Gladio rossa”: l’apparato paramilitare del PCI. Appunti per una storia dello stalinismo e della sinistra italiana. Uno scrittoche getta uno sguardo di notevole respiro storico sull’atmosfera inquietante che si respirava nell’immediato dopoguerra in Italia. Il nome della struttura venne coniato dalla stampa, dice l’autore, presentando l’apparato come simmetrico ed opposto alla funzione anticomunista di “Gladio”, l’organizzazione segreta italiana inserita nella rete “Stay behind” coordinata dalla NATO, sorta nel secondo dopoguerra in quasi tutti i Paesi occidentali europei (inclusi paesi neutrali come Svizzera e Austria) allo scopo di contrastare un’eventuale invasione sovietica. L’argomento negli ultimi anni è stato visto da diverse posizioni politiche, tra queste realistica appare quella che parla di una possibile insurrezione generale prossima a realizzarsi che si ebbe in occasione dell’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948. Per alcuni studiosi pare che l’organizzazione paramilitare “Gladio rossa” fosse sul punto di agire, indipendentemente dal consenso di Mosca, e infatti il Paese fu teatro di disordini, occupazioni di fabbriche e edifici. Questo per sfatare il mito del PCI come partito “democratico” o “diverso” rispetto agli altri che hanno segnato mezzo secolo di dittature sanguinarie in metà del mondo…

Ancora a tua cura è un intervento sul tema ecologico, “L’ecologia umana secondo Papa Francesco”, che ho trovato molto bello e attuale. Ne puoi accennare?

Si tratta di un tema personalmente molto sentito da me e dall’altro curatore del libro, il prof. Matteo Orlando. Anzitutto perché, direi, per semplificazioni e, talvolta, anche ambiguità, è diventato anche un po’ controverso. Nell’ultimo secolo, come sappiamo, diverse culture ed ideologie si sono misurate con questo tema, perfino il nazionalsocialismo di Adolf Hitler, che – terrorizzato dal dominio della tecnica che stava sfuggendo al controllo dell’uomo – propugnava un ritorno alla natura, rivelando peraltro in questo aspetto origini romantiche. Nell’articolo, seguendo il Magistero di Papa Francesco, mi chiedo se sia possibile essere ambientalisti senza essere contaminati dai principi panteistici o socialisti del movimento ecologista contemporaneo. La risposta non può che essere che sì, si può, anzi, si deve essere ambientalisti, anche se la parola più adatta sarebbe quella di creato, anziché ambiente. Essere custodi della Terra secondo la DSC – concetto ribadito dall’enciclica di Papa Francesco Laudato si’. Sulla cura della casa comune – è possibile se si analizza il tema in tutti i suoi aspetti, come sottolinea Papa Benedetto XVI, perché il libro della natura «è uno e indivisibile» e include, oltre all’ambiente, almeno i quattro grandi ambiti della vita umana, della sessualità, della famiglia e delle relazioni sociali. Coerentemente, sostengo nel contributo, secondo quanto scrive Papa Ratzinger nell’enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009), ogni tipo di degrado della natura «è strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana». Il che semplicemente vuol dire che il degrado della natura deriva dalle degenerazioni del nostro modo di vivere spesso imposte per ragioni consumistiche da un capitalismo efferato controllato da poche lobbies lontano dai reali interessi degli uomini.

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