Di Roberto Festa (Medico di famiglia e Presidente del Centro di Aiuto alla Vita di Loreto)

Carissimi Amici de L’Ancora e il Delfino,

chi vi scrive è un medico di famiglia, mi piacerebbe dire il “vostro” medico di famiglia, il quale periodicamente viene coinvolto in discussioni su alcune questioni medico-scientifiche e bioetiche.

Tutti noi ricordiamo il clamore della recente legge che ha legato nel nostro Paese l’obbligo di alcune vaccinazioni in età infantile con la possibilità di accesso alla scuola pubblica. Ora invece, come è ovvio, non si fa che parlare del vaccino, anzi dei vaccini, per il covid-19.

Dando qui per scontato che i vaccini che vengono e che verranno adottati in Italia sono sicuri ed efficaci vorrei riflettere sulla questione di fondo della liceità morale dell’uso di vaccini sviluppati col ricorso a linee cellulari derivate da feti abortiti volontariamente.

In merito ai vaccini contro il Covid-19, quelli attualmente autorizzati, e il cui uso ad esempio per Comirnaty (Pfizer/BioNTech) è già in atto in Italia, hanno un legame più o meno stretto con queste famigerate linee cellulari derivate da tre bambini abortiti tra gli anni ’70 e ’90. Si tratta cioè di cellule che sono state prelevate originariamente da alcuni organi di feti abortiti e quindi modificate in laboratorio per essere replicate all’infinito (si dice immortalizzate) così da poter essere usate in ambito di ricerca.

In particolare Pfizer e Moderna, che hanno sviluppato un vaccino ad mRNA, hanno usato queste linee cellulari solo per alcune prove successive alla produzione. Invece Astrazeneca e Reithera (il primo è quello inglese, di Oxford, il secondo è quello italiano) hanno prodotto un vaccino basato su adenovirus modificati che vengono proprio coltivati su queste linee cellulari. Qui è possibile avere una panoramica dei tanti vaccini contro il nuovo coronavirus in riferimento ai feti abortiti. (https://www.ieb-eib.org/fr/actualite/recherche-biomedicale/recherche-medicale/vaccins-contre-le-coronavirus-et-utilisation-de-cellules-de-ftus-avortes-etat-des-lieux-1922.html)

 
Occorre subito dire che il problema non è affatto nuovo, che riguarda da tempo tutti noi già per via del vaccino contro la rosolia, e che la Chiesa con i suoi organi preposti (Congregazione per la dottrina della fede, Pontificia accademia per la vita) ha già dato chiare indicazioni anni orsono, indicazioni che di recente sono state solo ricordate e contestualizzate nella Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid-19, 21.12.2020 nella quale si legge: “quando non sono disponibili vaccini contro il Covid-19 eticamente ineccepibili (ad esempio in Paesi dove non vengono messi a disposizione dei medici e dei pazienti vaccini senza problemi etici, o in cui la loro distribuzione è più difficile a causa di particolari condizioni di conservazione e trasporto, o quando si distribuiscono vari tipi di vaccino nello stesso Paese ma, da parte delle autorità sanitarie, non si permette ai cittadini la scelta del vaccino da farsi inoculare) è moralmente accettabile utilizzare i vaccini anti-Covid-19 che hanno usato linee cellulari provenienti da feti abortiti nel loro processo di ricerca e produzione. La ragione fondamentale per considerare moralmente lecito l’uso di questi vaccini è che il tipo di cooperazione al male (cooperazione materiale passiva) dell’aborto procurato da cui provengono le medesime linee cellulari, da parte di chi utilizza i vaccini che ne derivano, è remota.”(https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2020/12/21/0681/01591.html)

Occorre anche dire che in merito alla linea cellulare usata per produrre il “vaccino inglese” e quello “italiano”, denominata HEK.293 (HEK sta per Human Embryo Kidney), si è sempre dato per scontato che derivasse da un aborto procurato, ma in realtà si sa solo che queste cellule originano da un feto umano femmina abortito nel 1973, ma non si sa a quale età gestazionale e forse in realtà abortito spontaneamente. 

Poiché però “in dubio pro reo” (cioè dobbiamo porci nell’ipotesi che si sia trattato di aborto volontario) e dando comunque per scontato che la vaccinazione sia in linea di principio una cosa buona e raccomandabile, dobbiamo allora porci, per risolvere il dilemma sulla liceità sul piano morale, due “semplici” domande: è buono fare il male per trarne un bene? Ed è buono usufruire di quel bene una volta che il male è comunque stato fatto?

La risposta alla prima domanda è ovvia e immediata: no, non è lecito compiere deliberatamente il male in vista di un bene, anche se questo bene a cui si tende sia ritenuto di molto superiore al male originario. In altre parole, mai il fine giustifica i mezzi. Senza considerare poi che il male di cui qui parliamo è l’aborto procurato, il nefando crimine o l’abominevole delitto come lo definì il Concilio Vaticano II.

La risposta alla seconda domanda è invece affermativa, è lecito usufruire di un bene, cioè di qualcosa per fare del bene, anche se questo bene è frutto di un male, ma solo a determinate condizioni. Un po’ come è lecito usare per il bene comune i beni sequestrati alla criminalità organizzata, anzi in questo caso tutti avvertiamo spontaneamente che è una cosa buona e giusta.

In termini pratici, il male è l’aborto procurato, il bambino che nella pancia della madre è chiamato feto viene estratto inducendo un parto molto prematuro cosa che ne provoca la morte quasi immediata; gli organi e i tessuti vengono quindi “donati alla scienza”.

Nel caso delle linee cellulari in questione si ritiene comunemente che questi aborti siano stati effettuati a prescindere dallo scopo di prelevarne i tessuti, il che ovviamente è un aspetto molto importante per determinare la responsabilità morale dei ricercatori. 

Il bene, inteso come cosa da usare in senso buono, è il vaccino; il bene ultimo è la salute delle persone, la prevenzione delle malattie in particolare per le persone più fragili e in generale il benessere della collettività. Tuttavia non bisogna fare l’errore di confondere questi beni materiali con il bene morale, infatti è il bene morale che deve guidare le scelte dei singoli e dei popoli, e non il conseguimento di un qualsiasi bene materiale, che invece deve essere funzionale al bene morale. Quindi la salute, per quanto nota a tutti come “ciò che conta”, non può e non deve essere perseguita ad ogni costo.

Le condizioni sono tre: 1) deve esserci la reale necessità di usare quel bene senza che siano disponibili alternative; 2) la scelta di usare di quel bene derivato da un male non deve contribuire al perpetuarsi di quel genere di male; 3) non bisogna ritenere né dare agli altri la percezione che quel male sia giustificabile, o che chi beneficia delle sue conseguenze sia ad esso favorevole. È ciò che va sotto il nome di “scandalo”, cioè far passare un male per un bene o un bene per un male.


Il primo punto possiamo darlo per scontato, anche se non è affatto banale se non altro perché da esso deriva l’obbligo morale di fare tutto quanto è nelle proprie possibilità per cercare soluzioni alternative ovvero spingere chi ha capacità e responsabilità a cercare soluzioni alternative all’uso di materiale biologico eticamente compromesso.


Il secondo punto è alquanto discutibile perché, se da un lato è evidente che trattandosi di aborti avvenuti decenni orsono, non sembra esserci il rischio di ripetizione, dall’altro lato è pur vero che la ricerca e il commercio sugli embrioni e i feti abortiti volontariamente perdura (si pensi alla famosa inchiesta negli USA di questi ultimi anni). Ad ogni modo se rimaniamo sull’oggetto delle specifiche linee cellulari usate, possiamo dire che anche la seconda condizione è soddisfatta.


La terza condizione sembra piuttosto facile, in realtà è probabilmente la più impegnativa dal momento che oggi moltissime persone tendono a giustificare l’aborto procurato per le più svariate circostanze e motivazioni, per cui la questione dello “scandalo” è cruciale.


PERSONALMENTE io l’ho affrontata e risolta così: ho deciso di vaccinarmi per proteggere soprattutto i miei familiari e, da medico, i miei pazienti. Ho ricevuto il 6 gennaio la prima dose del vaccino Comirnaty; la seconda dose viene somministrata dopo 21 giorni.


Infatti, alle condizioni esposte, è lecito usare questo vaccino. Ma, lo voglio scrivere in grande, è anche LECITO RIFIUTARSI DI VACCINARSI: non esiste un obbligo morale assoluto a farsi vaccinare, così come non esiste ad esempio l’obbligo di diventare donatori di sangue, per quanto questa sia una nobilissima pratica incoraggiata anche dalla Chiesa cattolica.


La remora, oltre che dal legame con l’aborto procurato, potrebbe venire da varie altre cose, basti citare l’ultima frase del foglio illustrativo del vaccino stesso: “Non è possibile al momento prevedere danni a lunga distanza”. 

Quindi io ho deciso di usare su me stesso il vaccino e ho anche dato disponibilità come vaccinatore, ma nel presentarmi all’appuntamento, dopo aver firmato i necessari documenti e prima di scoprire il braccio per l’iniezione, ho consegnato al responsabile del servizio una dichiarazione firmata di mio pugno intitolata PRESUPPOSTO DI LICEITA’ MORALE ALL’USO DEI VACCINI con la quale ho formalmente e pubblicamente manifestato la mia contrarietà all’uso di materiale derivato da feti volontariamente abortiti poiché la mia coscienza condanna fermamente l’aborto procurato, invitando al contempo tutti ad impegnarci a trovare “vaccini eticamente accettabili che non creino problemi di coscienza, né agli operatori sanitari, né ai vaccinandi stessi”.

 
Questo è ciò che in coscienza ho ritenuto di poter e dover fare, questo è ciò che la Chiesa in fondo chiede a ciascuno; sono ben consapevole che è solo una goccia nel mare – per ricordare l’insegnamento di Madre Teresa di Calcutta – ma ad impossibilia nemo tenetur.
Per chi vuole, ecco il modulo che ho personalmente usato, da impiegare e divulgare liberamente.

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