TEORA:UN MEMOIR (IN OCCASIONE DEL 40° ANNIVERSARIO DEL TERREMOTO IN IRPINIA)

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Di Maria Luisa Donatiello

Si dice che la bellezza sia un concetto relativo, eppure i luoghi della mia infanzia sono, senza dubbio, di uno straordinario splendore.

Le mie origini sono da ricercarsi in un piccolo paese dell’alta Irpinia, Teora, in cui abbondavano, all’epoca della mia infanzia, vedove e prefabbricati. Eppure, nonostante l’aspetto ingannevole del luogo, all’apparenza triste perché impoverito, ferito, colpito dal terremoto che lo rase al suolo il 23 novembre 1980, lì si sono consumati i più bei giochi di quando ero bambina, la mia infanzia felice tra i prati e i campi coltivati, tra le more e le fragole di bosco trovate per caso, private alla natura, mangiate per gioco.

La vita di paese seppe da bambina conquistarmi con la propria essenza, con la bellezza della genuinità e della vita autentica di cui soprattutto sono innamorata. Quel luogo fu per me l’occasione di libertà, di muovermi autonomamente per le strade e per la campagna che in città, da bambina, non avrei altrimenti avuto. Fu il contatto con la terra, con la natura, con la tradizione dei miei avi e rappresenta oggi le mie radici.

Nel giorno del terremoto io non ero ancora nata così non vidi mai la casa dei miei nonni, quella in cui mia madre visse da bambina. Dai racconti di mio nonno, dalle fotografie in bianco e nero, ormai ingiallite dal tempo, ritrovate sotto le macerie e custodite da lui gelosamente, ho potuto ricostruirne in parte l’aspetto supportata dalla fantasia, attitudine che consente di esaltare cose, eventi e persone rivestendoli di nuovi luci e colori, assecondando i desideri. È la lontananza fisica o temporale la causa della malinconia della realtà che fu. L’abitazione era denominata Palazzo Rubini dal nome della famiglia di nobili dalla quale il mio bisnonno l’acquistò nel 1943. Un palazzo settecentesco di quaranta stanze che venne rimpianto dai miei nonni per tutta la vita poiché nessuna casa costruita e abitata in seguito poté eguagliarlo in imponenza e splendore. A causa del sisma il palazzo venne raso al suolo completamente. SSul grande terrazzo, che era stato luogo di feste, cadde, distruggendo tutto, il campanile della Chiesa Madre situata di fronte al palazzo in via Monte. Dopo il terremoto i miei nonni vissero per vent’anni in un prefabbricato di due stanze, eppure, a sentirne i discorsi, pare che l’amarezza, conseguenza del disastroso evento, non turbò quegli anni gioiosi che vissero tra matrimoni di figli e nascite di nipoti.

Aggirandomi per il paese da bambina osservavo con curiosità, e senza al principio comprenderne il senso, le lunghe vesti nere che coprivano i corpi delle vedove. Venivano indossate quotidianamente allo scopo di mantenere viva la memoria del lutto. Una donna ricordo fra tutte con più affetto. Abitava nella fila di prefabbricati in cui abitavano i miei nonni. Trascorreva intere giornate a prendersi cura di un metro quadrato di aiuola posta davanti all’ingresso della propria casa. Qualche buon uomo aveva recintato quello spazio per evitare che le piante crescendo ostruissero il passaggio lungo il vialetto che collegava le abitazioni. In quel recinto erano cresciuti fiori del colore della pazienza, dell’accettazione, della rassegnazione: rose candide. La povera donna era rimasta sola, vedova e senza figli. La sua unica creatura di appena sei anni le fu portata via dal sisma, da quell’immensa tragedia umana avvenuta una domenica di novembre che se fosse trascorsa oziosa, tanto da poter essere dimenticata da tutti coloro che la vissero, avrebbe giovato a molti. La donna vestita di nero era tanto buona. La tragedia non era riuscita a incattivirla. Quando ci incontravamo mi rivolgeva uno sguardo materno, un sorriso affettuoso, con fare di complicità mi diceva – Aspetta! – e io già capivo, mi voltava le spalle ed entrava in casa. Nell’attesa che tornasse rimanevo fuori, ma sbirciavo l’interno. Scorgevo, ubicato in un angolo, un altarino illuminato da candele e lumini, sul quale corone di fiori freschi incorniciavano una foto del bambino defunto e tutt’intorno, tappezzate di foto annerite, consunte e antiche, le pareti della casa costituivano il suo privato archivio della memoria. Ritornando da me stringeva tra le mani cioccolata e caramelle. Accettavo i doni, ringraziavo e mi congedavo con un sorriso. Poi con una corsa raggiungevo la porta d’ingresso di casa dei miei nonni. Li salutavo con due baci e mi dirigevo in cucina alla ricerca del pan di spagna al cioccolato preparato da nonna qualche ora prima. Lo vedevo in bella mostra, nella credenza, su un vassoio. Aprivo l’anta di vetro e mi inebriavo dell’odore vanigliato che emanava. La vista e il profumo del dolce, alto diversi centimetri, ricoperto di zucchero a velo e farcito con crema al cacao, addolcivano gli animi e l’aria che si respirava. Il prefabbricato dei miei nonni era l’ultimo di una fila di quattro. La finestra della camera da letto volgeva sull’ingresso della piccola chiesa di legno del paese alle cui spalle si ergeva un alto campanile. Di domenica mattina le campane suonavano per richiamare i fedeli e per la vicinanza della casa dei nonni al luogo sacro le sentivamo più intensamente che in qualunque altro punto del paese. Io e nonna andavamo a messa e come noi facevano in molti per preservare, nonostante tutto, dignità e fede. Il mondo che conobbi nei primi anni della mia vita costituisce oggi un luogo della mente in cui ho confinato i migliori ricordi e a cui faccio ritorno ogni volta che lo desidero.

Tutto muta, così anche Teora è cambiata nel tempo. Durante il periodo della ricostruzione da una casa distrutta ne è sorta un’altra, ma la Teora dei prefabbricati, del post terremoto resta comunque la mia Teora, Teora della mia infanzia, e oggi che è quasi del tutto ricostruita ha un volto nuovo, ma è sempre Teora che ha saputo rinascere dalle sue macerie. Niente va perduto fino a quando ve n’è memoria, giacché tutto è già stato conquistato, posseduto, custodito e immutato nel ricordo vive.

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